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Quattro chiacchiere ‘birrose’ con una food blogger appassionata: Laura Boeri di Cucina, gatti e zen... http://t.co/HnkDcaJpWo

Superare le frontiere

Da quando sono sbarcato in Patagonia mi sono convinto che in questo angolo di mondo non ci sono confini, solo spazi infiniti per viaggiare con il corpo (possibilmente posizionato su quattro ruote motrici) e con la mente. Mi sbagliavo, oggi abbiamo guadagnato tre timbri sul passaporto ma in compenso perso ore preziose alle varie dogane tra Argentina e Cile. Se non fosse stato per la efficiente quanto sagace leadership di Renato Farina, il capo della Top Team che ci accompagna in questo viaggio, saremmo con tutta probabilità anche adesso incastrati nella terra di nessuno che separa uno stato dall’altro.

Sulla strada per Rio Grande

Siamo partiti da Rio Gallegos stamane di buon’ora e lungo la strada si sono moltiplicati gli incontri con la fauna locale. Decine di guanachi, centinaia di pecore, gruppi di oche selvatiche e qualche volpe grigia che ci gira attorno curiosa. Ma le frontiere poste dagli uomini si possono rivelare fastidiose quanto poco utili. Per raggiungere infatti la Tierra del Fuego e la città di Rio Grande, ultima tappa prima dell’arrivo a Ushuaia domani sera, dobbiamo uscire dall’Argentina, entrare in Cile per un centinaio o poco più di kilometri di strada sterrata e poi rientrare in Argentina. Ai posti di frontiera il caos è quasi totale: centinaia di persone che fanno delle code così poco logiche che quelle “all’italiana” sembrano quasi ordinate. Alla fine riusciamo a passare in gruppo ma fa riflettere che in una terra che sembra ancora uno spazio libero e aperto, l’uomo sappia porre questo tipo di limiti. Un tir che si è posizionato brillantemente in doppia fila, con il risultato di paralizzare del tutto il traffico per una buona mezz’ora, ci riporta drammaticamente agli ingorghi delle nostre grandi città. Eppure basta guardarsi intorno per sentire il silenzio, vedere questo immenso cielo che ci grava sulla testa e fare un primo piano a una volpe. Le frontiere umane sono qualcosa che stona in questo insieme unico e prezioso.

Faro sullo stretto di Magellano

Solo le frontiere poste dall’uomo, perché quando arriviamo allo Stretto di Magellano la frontiera assume un nuovo significato o meglio, torna a prendere quello originario. Che è quello del superamento di se stessi, di varcare le soglie del già noto e affrontare le incognite. Uno stato mentale, insomma, più che geografico. Anni luce dai timbri e dai poliziotti dalla faccia stanca che abbiamo incontrato qualche ora prima. A due passi dal mare aspettiamo il traghetto che ci farà attraversare questo tratto di mare che fu percorso per la prima volta da Ferdinando Magellano nel 1520. Sfruttando questo passaggio l’esploratore portoghese fu il primo uomo occidentale a navigare l’Oceano Pacifico, nome tra l’altro datogli proprio da lui. Io qualche brivido lo provo così come quando avvisto quelli che a me sembrano dei delfini bianchi e neri, mentre a qualcun altro dei piccoli di orca. Come in Patagonia così nella Terra del Fuoco la natura ci circonda, ci sembra quasi stringere d’assedio e ci entra dentro. Da quello che siamo nella vita reale, con i suoi ritmi, le ambizioni e le relative preoccupazioni, siamo lontani anni luce. E non è solo una questione di distanze geografiche, credetemi. Prima di salire sul traghetto, abbiamo pranzato in stile country che è un termine “fine” per definire un pranzo al sacco. Panini, patatine, barrette energetiche, acqua e Birra Moretti. Mi ha colpito vedere il nostro gruppo condividere spontaneamente birra e cibo con le altre persone che, come noi, aspettavano. Non è stato un gesto pubblicitario, ma qualcosa di spontaneo e genuino. Non sono sicuro se a provocarlo è stata l’aria della Patagonia o il percorrere per centinaia di kilometri una strada che passa attraverso una pianura dove non si vede una casa, un distributore. Niente. Forse si ha più voglia di condividere quando si ha “meno” da offrire?

Anche così inizia la Tierra del fuego

Arriviamo a Rio Grande tardi, c’è solo il tempo di farsi una doccia, cenare con un filetto di manzo alto quasi tre dita, perfettamente cotto al sangue. Poi c’è chi si ritira, chi prova a vedere cosa offre la città di notte e chi si mette a scrivere per tentare di condividere almeno qualcosa di quello che stiamo vivendo qui. Non è per niente facile perché la Patagonia e la Terra del Fuoco ti bombardano di immagini spettacolari a una velocità tale da renderti arduo il compito di mettere a fuoco e selezionare le idee, i pensieri e le emozioni che hai avuto e vissuto. Domani arriveremo a destinazione a Ushuaia, ovvero la città più australe del pianeta. Un punto d’arrivo in tutti i sensi perché oltre c’è solo il mare e poi l’Antartide. Domani infine la spedizione consegnerà il Divano Birra Moretti e si farà festa. Sinceramente conto di restare abbastanza in piedi per scrivere le mie impressioni, ma c’è da dire che se una cosa l’ho imparata qui in Patagonia è che nella vita non si può programmare, e tenere sotto controllo, tutto e sempre. Per fortuna.

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