Il business della trappista
Mi è capitato qualche giorno fa di vedere, sul Corriere.it, una foto di Ray Manzarek e Robby Krieger che rendevano omaggio alla tomba di Jim Morrison a Parigi.
Il “re lucertola” è passato a miglior vita quarant’anni fa, cavolo come passa il tempo, ma è entrato nella leggenda tanto che la sua bravura come cantante e autore sembra quasi essere passata in secondo piano rispetto a quella sorta di alone mistico che ormai l’accompagna e che, fra le altre cose, continua ad alimentare un notevolissimo business fatto di magliette, spille, cartoline e via dicendo. Fosse ancora vivo, mi sono chiesto, sarebbe sempre una leggenda? Nel cinema, nella musica, nello sport, la migliore garanzia per passare dall’essere famoso a essere un mito sembra proprio quella di tirare le cuoia da giovani. Ma, non è questo che mi interessa, piuttosto cercare di capire quanto pesa in percentuale l’alone mistico sul valore intrinseco della cosa.
Vi starete chiedendo dove diavolo sto andando a parare… In effetti il mio è un ragionamento “alla Alberto Tomba”, ovvero slalomante… Ma sono partito dai Doors in primo luogo perché li ho sempre amati. Poi perché Morrison è un parallelismo perfetto per le birre trappiste ovvero quel numero certificato, tutelato, valorizzato da un marchio, quello che vedete qui a destra, che solo sei birrerie belghe e una olandese possono vantare sull’etichetta. Le birrerie sono famosissime: Orval, Chimay, Rochefort in Vallonia, Westmalle, Vestvleteren, Achel nelle Fiandre e La Trappe in Olanda.
Birre eccezionali non c’è dubbio, autentiche fuoriclasse. La cui qualità indiscutibile, almeno per buona parte di loro, è comunque stata innalzata dalla storia, dal fatto di essere birrerie ancora gestite da religiosi, il cui impianto è entro le mura del monastero, dal fatto di essere quindi una specie di reliquia dei tempi medievali. Cioè di quando tutti o quasi i monasteri producevano birra prevalentemente per consumi interni. Insomma, nelle birre trappiste c’è un forte alone di misticismo. Talmente forte che il marchio Authentic Trappist Product è diventato sinonimo di storia, tradizione, genuinità e qualità. E sinonimo, sebbene molti di questi religiosi siano ancora oggi ostili al lato meramente commerciale della birra, di business.
Esatto, business. Ed è a questo che ho pensato quando è apparsa la notizia, poi rapidamente smentita, di un monastero francese che sarebbe presto entrato nella “confraternita” dei birrifici trappisti. Peraltro nell’articolo, che vi invito a leggere, compare la notizia che, molto probabilmente, nel futuro apparirà un’ottava birra trappista grazie all’abbazia olandese Zundert. Tuttavia le mie perplessità rimangono e si racchiudono tutte in un’unica domanda: quanto è efficace, in termini di immagine e quindi di mercato, poter vantare il marchio esagonale ATP? Ovvero quanto questo marchio innalza il valore percepito della birra rispetto al suo valore reale che, ribadisco, è molto spesso già elevato? Io credo parecchio e la cosa, partendo dai Doors e passando dai monaci trappisti, potrebbe costituire una buona base di partenza per discutere sul rapporto tra qualità e immagine e su quello tra produzione e comunicazione.
Aspetti che, nel mondo d’oggi e non solo nel settore della birra, mi sembrano di indiscutibile attualità…


