La birra in vacanza…
…è più buona? Questa è la domanda che mi faccio, da qualche anno a questa parte, dopo Ferragosto… Il fatto è che, se ripenso alle birre bevute quando sono in vacanza (negli ultimi anni in Croazia e in Grecia) arrivo sempre a fare due considerazioni. La prima è la memoria di quanto mi siano piaciute, la seconda è la consapevolezza di non aver bevuto, per davvero, le birre più buone del mondo. Insomma, nel mio caso, Croazia e Grecia non sono nella Top Ten delle nazioni birrarie eppure le varie Karlovacko, Mythos, Ozujsko e Alpha mi hanno splendidamente fatto compagnia nelle giornate assolate vista mare, ai tavoli di trattorie alla buona così come a quelle tovagliate di qualche ristorante davvero notevole.
Il motivo? Forse uno solo e riassumibile nel fatto che il “contorno” ambientale e lo stato psicologico del consumatore incidono più di quanto si potrebbe pensare sulla percezione. E’ una banalità quello che dico, ma se una degustazione professionale dovrebbe essere effettuata nelle condizioni più professionali possibili (lontano dai pasti, prima di fumare, in condizioni di luce perfetta e in assenza di qualsiasi stimolo esterno), il più delle volte noi assaggiamo in un contesto che può essere o non essere piacevole, in una condizione psicologica che può essere brillante o “depressa”. Ora, quanti di noi consumano birre, bevande in generale o cibo in condizioni “professionali” e quelli di noi che lo fanno, quante volte lo fanno (in percentuale) rispetto al totale?
Ma soprattutto, eliminati i degustatori e gli assaggiatori, professionisti e dilettanti, la gente comune come beve? Siamo proprio sicuri che sia costantemente alla ricerca della nota varietale di quel tal luppolo, dell’espressione del territorio di un certo vino, delle note, in ordine sparso, di durone di Vignola, salvia dell’orto, sudore di cavallo, miele d’acacia e via pontificando? Nel vino capita spesso di assistere basiti di fronte a un sommelier che tira fuori profumi come un prestigiatore conigli dal cilindro anche se sono convinto che, nella maggior parte dei casi, il sommelier abbia ragione. Nella birra non ci siamo ancora arrivati, ma chissà…
Poi ci sono le notizie in televisione. Mi spiego: mi capita di vedere un servizio del TG che mi racconta l’enorme successo delle sagre (in Italia se ne contano ormai migliaia). Nello stesso giorno, sfogliando un quotidiano, leggo che, in allegato, si può comprare l’ennesimo volume dell’ennesima enciclopedia gastronomica. Nell’ultimo periodo di “letteratura” gastronomica se ne è sfornata a quintalate in Italia. E alcuni di questi lavori sono di alto livello, con la collaborazione di autorevoli esperti e chef deluxe che propongono la ricetta (invento io) dei “filetti di triglia glassati con erba cipollina ed emulsione di patate novelle”. Fantastico, penso, ma come la mettiamo con le sagre dove la semplicità (e i prezzi) sono le ragioni principali del successo?
Da un lato il trionfo della porchetta e dall’altro il libro delle ricette autunnali dello chef superstar. Segnali contrastanti, non trovate? Certo, il Paese è grande e c’è spazio per tutti. Chi sono io per fare i conti in tasca a editori (di libri ed enciclopedie) e organizzatori (di sagre)? Anzi, io tifo per gli editori visto che qualche libro l’ho scritto mentre di sagre non ne ho organizzata nemmeno una. E’ solo che in questi frangenti mi coglie una strana sensazione, quasi un’inquietudine, come se fosse in atto uno scollamento tra “Paese reale” (quello delle sagre) e la “casta” del gusto.
La chiudo qui (è sempre bene chiudere quando il linguaggio si fa “politichese”). In fondo io credo che ognuno di noi soffra, ma non in maniera patologica, di “personalità multiple”. Andiamo a mangiare maccheroni su piatti di plastica alla sagra, ma sfogliamo “Teoria e tecnica dei soufflè”, discettiamo sui sentori di minerale in un vino bianco mentre crescono le percentuali di vino venduto in tetrapack. Godiamo, come faccio io, di una semplice lager fredda davanti a una spiaggia greca per poi esaltarci con una vecchia annata di barley wine a tiratura limitata. Incoerenti? Forse, semplicemente, umani…


