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	<title>Fuori di Luppolo di Maurizio Maestrelli - I Love Beer Network</title>
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	<description>Fuori di luppolo, il blog di Maurizio Maestrelli appartenente ad &#34;I Love Beer Network&#34;, è come un palco a teatro. Mica quello “Reale” ovviamente, un palco un po’ defilato, che vede certe cose e altre le intuisce solamente. Insomma, come tutti i palchi che si rispettano ha la sua visione particolare dell’opera che va in scena. Protagoniste dell’opera sono le birre e tutto ciò che ruota intorno a questo mondo molto più affascinante e complesso di quello che si potrebbe immaginare. Fuori di luppolo ha una visione personale di questo mondo, ma è pronto a discuterne con gli altri frequentatori di palchi. O di platea. O di loggione. L’importante è che, in questo teatro, “nessun dorma”!</description>
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		<title>Diavolo d&#8217;una birra&#8230; e d&#8217;una birreria!</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 08:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<br/>
		La prima volta che ho bevuto una Duvel mi ha fatto ondeggiare. Esatto, proprio ondeggiare. Ero da qualche parte in Belgio e guidavo lungo una strada, mi sembra, di campagna. Tappa a metà mattina in un anonimo bar e decisione, non molto meditata a dire il vero, di ordinare proprio la birra &#8220;del diavolo&#8221;. Perché Duvel questo vuol dire in fiammingo. Che dire&#8230; L&#8217;ho trovata immediatamente molto buona per quella straordinaria armonia di aromi alla quale faceva seguito un corpo pieno, stolido ma tuttavia avvolgente. Avvolgente fin troppo considerato che, alzatomi in fretta per ripartire, le gambe ebbero un cedimento improvviso. Causandomi, per l&#8217;appunto, un leggero mal di mare. Gli inglesi forse direbbero che la...]]></description>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2013/03/25/diavolo-duna-birra-e-duna-birreria/" title="Caldaia"><img title="Caldaia" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/11/Ingresso-300x225.jpg" alt="Diavolo d&#039;una birra... e d&#039;una birreria!" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
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		<br/>
		<strong>La prima volta che ho bevuto una Duvel mi ha fatto ondeggiare.</strong> Esatto, proprio ondeggiare. Ero da qualche parte in Belgio e guidavo lungo una strada, mi sembra, di campagna. Tappa a metà mattina in un anonimo bar e decisione, non



molto meditata a dire il vero, di ordinare proprio la birra "del diavolo". Perché Duvel questo vuol dire in fiammingo. Che dire... L'ho trovata immediatamente molto buona per quella <strong>straordinaria armonia di aromi alla quale faceva seguito un corpo pieno, stolido ma tuttavia avvolgente.</strong> Avvolgente fin troppo considerato che, alzatomi in fretta per ripartire, le gambe ebbero un cedimento improvviso. Causandomi, per l'appunto, un leggero mal di mare.

Gli inglesi forse direbbero che la Duvel è "dangerous drinkable", ovvero pericolosamente beverina. Fatto sta che, quando mi è stato possibile andare a visitare la birreria <strong><a href="http://www.duvelmoortgat.be/">Duvel Moortgat</a></strong> insieme ai miei colleghi di giuria del <strong>Brussels Beer Challenge</strong>, non me lo sono fatto ripetere due volte.

Visita con tanto di abbinamento birre-formaggi, alcuni azzeccati altri meno. Su tutti proprio la Duvel e il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Comté_(cheese)">Comté</a>, formaggio di latte vaccino e d'origine francese. <strong>Ma quale Duvel? </strong>Già perché se noi italiani siamo ormai abituati a vedere questa "golden strong ale" anche nei nostri locali, in Belgio la Duvel ha diverse declinazioni. In primis la cosiddetta "etichetta verde" che non è altro che la classica Duvel non rifermentata in bottiglia. La "verde" fu creata intorno agli anni Sessanta per essere usata come grimaldello nei mercati anglosassoni e in funzione della mescita alla spina. Tuttavia oggi esiste anche la <strong>Duvel Tripel Hop</strong>, di cui abbiamo parlato anche <a href="http://www.fuoridiluppolo.it/2012/01/23/duvel-alla-terza/">qui su <strong>Fuori di Luppolo</strong></a>. Birra dal packaging elegante e dalla ricetta insolita, cambia evidentemente ogni anno e rappresenta un interessante variazione sul tema Duvel. Quella provata nella taproom della birreria aveva nel luppolo Citra la sua firma. A mio gusto, un pochino troppo calcata...



Terminata, a malincuore perché ci sono poche cose più goduriose di "birra e formaggi", la sessione di abbinamenti, ci siamo dedicati alla visita. Mi piace sottolineare<strong> il dato dei visitatori annuali a questo birrificio: circa 25mila presenze</strong>. Un numero di tutto rispetto che, da un alto, certifica la possibilità di stimolare un "turismo della birra" e dall'altro apre una nicchia di fatturato per i birrifici più accorti e ospitali che, naturalmente, oltre che di taproom si sono dotati pure di beershop.

<strong>Servono novanta giorni alias tre mesi per produrre una Duvel.</strong> Il lievito, raccontano gli anfitrioni, è stato selezionato quasi una novantina d'anni fa in Scozia e da allora è sempre rimasto lo stesso. I luppoli sono Styrian Goldings e Saaz Saaz. L'acqua arriva da una fonte di proprietà nascosta una sessantina di metri sottoterra.

Il risultato è <strong>una birra dal colore dorato carico e brillante, una formidabile testa di schiuma candida e quasi pannosa. Note fruttate e di cereali, una delicata luppolatura floreale e poi il famoso impatto "ondeggiante" dei suoi 8,5% vol.</strong> Poco importa che in origine fosse una birra, lievito a parte, molto diversa da quella che beviamo oggi. La storia infatti dice che questa ale fosse stata chiamata "Victory" in onore della vittoria alleata durante la Prima Guerra Mondiale. Nella sua carta d'identità infatti l'anno giusto è il 1918, mentre è solo nel 1923 che la "Vittoria" si trasforma nel "Demonio".

C'è poco da cercare motivazioni psicologiche in questo cambio di nome. E' tutto merito di una battuta fatta da uno dei primi assaggiatori. Di certo il nome ha portato fortuna e, pensandoci bene, pure qualche imitazione. <strong>La Duvel resta comunque un prototipo, una sorta di parametro stilistico al quale tutti guardano.</strong> Anche se poi vogliono fare una birra diversa: migliore, in qualche caso, peggiore, nella maggior parte di essi. Nome infernale a parte siamo sicuri che, ogni tanto, anzi abbastanza spesso, godersi in quel bicchiere iconico una Duvel alla giusta temperatura sia "cosa buona e giusta". In fondo, per noi cattolici esiste pur sempre il sacramento della confessione...]]></content:encoded>
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		<title>I belong to Glasgow&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 08:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		Bei tempi. Ovvero quelli in cui mi riusciva di andare nel Regno Unito più spesso. Oggi faccio un po&#8217; fatica. Mica per l&#8217;età perché alla fine si tratta d&#8217;incastrarsi (letteralmente) negli angusti sedili di un volo low-cost, sopportare quasi due ore di lamenti e urla dello scannato pargolo di turno e scansare, di solito fingo un sonno simile al coma vegetativo, la lotteria in fase di atterraggio. No, oggi faccio fatica perché devo lavorare per poi pagare le tasse. Che sono talmente alte che mi impediscono di andare in UK spesso quanto vorrei. Certo, ogni tanto penso che potrei trasferirmi in UK, lavorare come faccio qui ma, pagando meno tasse, permettermi di tornare in Italia...]]></description>
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		<br/>
		Bei tempi. Ovvero quelli in cui <strong>mi riusciva di andare nel Regno Unito più spesso</strong>. Oggi faccio un po' fatica. Mica per l'età perché alla fine si tratta d'incastrarsi (letteralmente) negli angusti sedili di un volo low-cost, sopportare quasi due ore di lamenti e urla dello scannato pargolo di turno e scansare, di solito fingo un sonno simile al coma vegetativo, la lotteria in fase di atterraggio. No, oggi faccio fatica perché devo lavorare per poi pagare le tasse. Che sono talmente alte che mi impediscono di andare in UK spesso quanto vorrei.



Certo, ogni tanto penso che potrei trasferirmi in UK, lavorare come faccio qui ma, pagando meno tasse, permettermi di tornare in Italia spesso quanto voglio (a parte la domanda: "Ma quanto lo vorrei?"). Tuttavia per ora mi accontento di accettare al volo gli inviti che mi arrivano da Oltremanica e <strong>l'ultimo in ordine di tempo mi è arrivato dalla Scozia e, per la precisione, da Glasgow</strong>.

Ora, io a Glasgow credo di aver messo piede solo all'aeroporto per poi dirigermi altrove (dove, non mi ricordo) per cui ho pensato che fosse un'ottima occasione per andare a visitare la <strong>Wellpark Brewery</strong>, storica birreria dell'altrettanto storica <strong><a href="http://www.tennents.com/">Tennent's </a></strong>(no, non la Super, ma quella scozzese per davvero) e approfittarne per fare un rapido giro in qualche buon pub. A questo proposito devo spendere due parole per l'ormai arcinoto "social network" conosciuto da tutti come <strong><a href="https://twitter.com/">Twitter</a></strong>. Non sono uno che impazzisce per il mezzo, non lo uso per autopromozione ossessiva delle mie presunte qualità, non mi faccio fotografare insieme ai Vips di turno (siano chef, giornalisti, birrai, sommelier e compagnia danzante), ma è bastato porre a semplice domanda <strong>"Sono a Glasgow. Dove vado a bere?"</strong> e sono stato sommerso di risposte interessanti. Meglio di qualsiasi guida cartonata. Mi bastava andare a verificare che il profilo di chi mi rispondeva non fosse quello di un serial killer o, peggio ancora, del presidente della locale sezione degli Alcolisti Anonimi e ecco fatta la scaletta per un paio d'ore a tutta velocità ma di liquida soddisfazione.



Prima tappa, ramingo come <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Aragorn">Aragorn</a> ma meno sexy (spero che i fan del Signore degli Anelli apprezzino...), il <strong><a href="http://www.blackfriarsglasgow.com/">Blackfriars Pub</a></strong>. Posto oscuro, fuori, e luminoso dentro. Spine un po' per tutti i gusti, una manciata di real ale tra cui un'ottima <strong>Iceberg della Titanic Brewery</strong>, e lager internazionali come <strong>Heineken</strong>. E come <strong>Birra Moretti</strong> che sembra, da questa indicazione ma anche da chiacchierate serali con gente che ne sa, aver messo fuori la testa per bene nel mercato anglosassone dove bere birre italiane è più cool che mai. Ora, siccome non posso fare tutte le cose che ho scritto nelle prime righe (strizzarmi dentro un sedile, etc...) per bermi una birra che potrei bere tranquillamente a casa mia, ho scelto la Iceberg. Che mi ha colpito, ma non affondato, per delicate e agrumate note di luppolo con un corpo che scorreva via leggero e rinfrescante.

Non che a Glasgow, in questo periodo, ci sia bisogno di rinfrescarsi artificialmente. La città offre svariati modi per trovare naturale refrigerio. Ci si può ad esempio esporre ai crocevia per sentire il vento delle Highlands nelle gengive (soprattutto se state parlando con qualcuno) oppure ancora più semplicemente apprezzare il ticchettio della pioggia sulla testa che vi darà modo di pensare di avere una bomba a orologeria nel cranio.

Se il Blackfriars aveva un'aria vagamente carbonara (nel senso di riunione non in quello della forchettata), la tappa successiva, fatta in gruppo, è stata quasi istituzionale. Il <strong><a href="http://www.horseshoebar.co.uk/">The Horse Shoe Bar</a></strong> è il pub che ti aspetti quando ti spiegano cos'è un pub. Bancone disegnato a isola, dalla costa a insenature, in centro, diversi punti di spillatura, gente mista e variegata, birre alternate anche qui tra piccoli produttori, spillati nella vecchia maniera, e marchi internazionali inclusa la birra più bevuta in città. Che è, per l'appunto, la <strong>Tennent's</strong>.



Ultima tappa, infine, per il <strong><a href="http://www.bonaccordweb.co.uk/">Bon Accord</a></strong> leggermente defilato rispetto al centro città. O, perlomeno, rispetto alle vie dello "struscio" e dello shopping. Ci arriviamo in pochi, ovvero in due, e quasi all'orario di chiusura. Ma abbiamo il tempo di accomodarci al bancone con una bella pinta di <strong>Deuchars Ipa</strong> in mano. Il locale, che a sentire il nome farebbe prevedere una serata a base di escargots e Chardonnay, è in realtà un pub di tutto rispetto e senza alcun francesismo, nome a parte. Il banco è lungo e ospitale come deve essere, il locale piuttosto ampio, la scelta birraria davvero interessante e a noi dispiace un po' buttarci su una ale già conosciuta e non investire i pochi minuti che abbiamo per sperimentare. Ma, come mi capita sempre più spesso, mi piace ritrovare vecchie conoscenze e concedermele senza ansie da esploratore birrario o "fame chimica" per l'ennesimo badge su <strong><a href="http://untappd.com/">Untappd</a></strong> che, per i profani è un'App dove si possono recensire birre e ottenere, appunto, questi badge che fanno un po' i vecchi gradi che ti dava l'Associazione delle Giovani Marmotte ovvero la versione sedentaria dei Boy Scout.

<strong>Il giro di Glasgow termina qui purtroppo.</strong> Quanti altri pub avrei potuto/voluto vedere? Parecchi altri, senza dubbio. I consigli via Twitter non sono mancati e neppure quelli in loco. Ma il tempo era quello che era. Tuttavia, dopo questa visita a Glasgow, anch'io mi sento di cantare una vecchissima canzone popolare, una vera "drinkin' song" pre-durante-post pinta: <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Oww8HXLsxDw">I belong to Glasgow</a></strong>. "But when I get a couple o' drinks on a Saturday, Glasgow belongs to me!".]]></content:encoded>
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		<title>Luppolandia</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2013 09:39:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<br/>
		L’Italia diventerà il Paese del luppolo. Regola d’oro del giornalismo: se la notizia non ha consistenza, giocati tutto nell’incipit. In questo caso pertanto, l’incipit è giustificato ma, parzialmente, sostenibile. Quella del luppolo “italiano” è una storia che gira da qualche tempo, parzialmente alimentata da un’effettiva presenza di veri e propri coltivatori della pianta più birraria del regno vegetale e da un&#8217;interesse sempre più specifico da parte della nutrita schiera di birrai artigiani. A questo aggiungiamoci la recente innovazione legislativa che prevede i &#8220;birrifici agricoli&#8221;, la filosofia del kilometro zero e una bella infarinatura slowfoodiana ed ecco rispuntare dalle nebbie della storia il luppolo italiano. Rispuntare, esatto, perché in realtà il luppolo in Italia è sempre...]]></description>
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		</div>
		<br/>
		<div><strong>L’Italia diventerà il Paese del luppolo.</strong> Regola d’oro del giornalismo: se la notizia non ha consistenza, giocati tutto nell’incipit. In questo caso pertanto, l’incipit è giustificato ma, parzialmente, sostenibile. <strong>Quella del luppolo “italiano” è una storia che gira da qualche tempo</strong>, parzialmente alimentata da un’effettiva presenza di veri e propri coltivatori della pianta più birraria del regno vegetale e da un'interesse sempre più specifico da parte della nutrita schiera di birrai artigiani. A questo aggiungiamoci la recente innovazione legislativa che prevede i "birrifici agricoli", la filosofia del kilometro zero e una bella infarinatura slowfoodiana ed ecco rispuntare dalle nebbie della storia il luppolo italiano.</div>
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<div>Rispuntare, esatto, perché in realtà il luppolo in Italia è sempre stato presente e, sembra ormai appurato, da sempre usato per la birra. Stravolgente vero? Beh, precisiamo: non è che di luppolo in Italia se ne coltivasse a pacchi e che tutti lo usassero per la birra fin dal tempo dei Romani. Ma, da un lato <a href="http://www.fuoridiluppolo.it/2011/09/03/birra-una-storia-italiana/"><strong>gli scavi di Pombia</strong></a> e il famoso ritrovamento del bicchiere da birra con tracce di luppolo e dall'altro <a href="http://www.fuoridiluppolo.it/2012/03/16/luomo-della-birra/"><strong>la storia di Gaetano Pasqui</strong></a>, peraltro già raccontata su <strong>Fuori di Luppolo</strong>, confermano che i nostri antenati non erano del tutto all'oscuro del ruolo che questi coni profumati potevano avere nel processo di produzione della birra.</div>
<div>Esperimenti diversi di coltivazione del luppolo sono stati effettuati, oltre che dal Pasqui, anche a <strong>Marano sul Panaro</strong>, nel modenese, già nel 1876. Ci provarono pure, nel 1914, i fratelli Luciani (gli stessi della storica birreria Pedavena) e altri ancora. Ergo? Ergo le possibilità di avviare una produzione italiana di luppolo ci sono tutte, fino ad oggi è mancato l'interesse concreto, ma la moltiplicazione dei piccoli birrifici e il fascino dell'autoctono potrebbe cambiare le cose. Qualche birrificio, del resto, ha già i suoi bei filari di luppolo italiano in produzione e <strong>se la scommessa del luppolo nazionale servirà a ridare anche solo un piccolo fiato a qualche agricoltore italiano</strong>, che oggi come oggi dubito se la stia passando benissimo, <strong>allora ben venga</strong>.</div>
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<div>D'accordo, nessuno si aspetta di vedere colline su colline "infilzate" dai lunghi pali di sostegno che servono alle piante rampicanti del luppolo, come è facile osservare girando per le campagne bavaresi e, con tutta probabilità, esiste un rapporto superficie/produzione per rendere la coltivazione del luppolo remunerativa. <strong>Ma da qualche parte si deve pur iniziare</strong>.</div>]]></content:encoded>
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		<title>Pranzo di Natale&#8230;</title>
		<link>http://fuoridiluppolo.it/2012/12/24/pranzo-di-natale/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2012 09:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<div>
		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/24/pranzo-di-natale/" title="BabboNat"><img title="BabboNat" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/BabboNat.jpeg" alt="Pranzo di Natale..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Eccoci alla fatidica vigilia. Quella del Natale e quella, soprattutto, del pranzo di Natale. Una tappa fissa nel calendario, un cliché sul quale si potrebbe anche facilmente ironizzare ma che, in effetti, resta un bel momento di riunione per le famiglie. Soprattutto per quelle che vivono &#8220;separate&#8221; durante tutto l&#8217;anno. Che sia un pranzo normale o un fanta-banchetto sontuoso con relativa tavola apparecchiata in stile &#8220;sultanato&#8221; l&#8217;importante, in fondo, è stare insieme. Tuttavia che pranzo di Natale sarebbe senza un menu per l&#8217;occasione? A tal proposito le variabili sono quasi infinite: un po&#8217; perché le tradizioni gastronomiche regionali differiscono l&#8217;una dall&#8217;altra, un po&#8217; perché a furia di corsi di cucina, letture gastronomiche e trasmissioni televisive...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
		<div>
		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/24/pranzo-di-natale/" title="BabboNat"><img title="BabboNat" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/BabboNat.jpeg" alt="Pranzo di Natale..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		<div><strong><a href="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/BabboNat.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-1192" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/BabboNat.jpeg" alt="" width="182" height="198" /></a>Eccoci alla fatidica vigilia.</strong> Quella del Natale e quella, soprattutto, del pranzo di Natale. Una tappa fissa nel calendario, un cliché sul quale si potrebbe anche facilmente ironizzare ma che, in effetti, resta un bel momento di riunione per le famiglie. Soprattutto per quelle che vivono "separate" durante tutto l'anno.</div>
<div>



</div>
<div>Che sia un pranzo normale o un fanta-banchetto sontuoso con relativa tavola apparecchiata in stile "sultanato" l'importante, in fondo, è stare insieme. Tuttavia <strong>che pranzo di Natale sarebbe senza un menu per l'occasione</strong>? A tal proposito le variabili sono quasi infinite: un po' perché le tradizioni gastronomiche regionali differiscono l'una dall'altra, un po' perché a furia di corsi di cucina, letture gastronomiche e trasmissioni televisive la tentazione di giocarsi il tutto per tutto con un menu creativo in versione "galatticochef" è molto forte.</div>
<div>Se avete optato per quest'ultima opzione vi facciamo calorosi auguri ma, nell'uno come nell'altro caso, ci permettiamo di proporre un elemento, questo sì, di novità assoluta per il pranzo di Natale. <strong>Ovvero un bel percorso di abbinamenti con birre diverse</strong>: blanche e saison per piatti leggeri, di pesce o a base di carni bianche, bock e ale per ricette più strutturate, qualche trappista o un bel barley wine per chiudere in bellezza con il panettone. Le scelte ci sono e si possono fare. Perché sia magari un Natale sorprendente, un po' diverso dal solito. Ma che resti, comunque, <strong>un Buon Natale per tutti..</strong>.</div>]]></content:encoded>
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		<title>Università della Birra. Una perdita per tutti&#8230;</title>
		<link>http://fuoridiluppolo.it/2012/12/19/universita-della-birra-una-perdita-per-tutti/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2012 08:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Regione Lombardia]]></category>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/19/universita-della-birra-una-perdita-per-tutti/" title="Franco e staff"><img title="Franco e staff" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Logo-Università.jpeg" alt="Università della Birra. Una perdita per tutti..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
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		La notizia non è arrivata del tutto come un fulmine a ciel sereno, perché le voci già giravano da tempo e si sapeva delle difficoltà presenti tra la proprietà e lo staff, ma la chiusura dell&#8217;Università della Birra di Azzate è comunque una brutta notizia. La &#8220;creatura&#8221; di Franco Re non gli è sopravvissuta nemmeno un anno e se, da un lato, mette sicuramente in difficoltà lavorativa il team che insieme a Franco teneva in piedi l&#8217;Università, dall&#8217;altro spegne una &#8220;luce&#8221; importante nel campo della formazione e della cultura birraria in Italia. L&#8217;intuizione primigenia di Franco risaliva al 1997 e aveva il merito di costituire la prima offerta formativa rivolta a chiunque desiderasse aprire un...]]></description>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/19/universita-della-birra-una-perdita-per-tutti/" title="Franco e staff"><img title="Franco e staff" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Logo-Università.jpeg" alt="Università della Birra. Una perdita per tutti..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		<div>La <a href="http://www3.varesenews.it/blog/maltogradimento/?p=1274">notizia</a> non è arrivata del tutto come un fulmine a ciel sereno, perché le voci già giravano da tempo e si sapeva delle difficoltà<a href="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Logo-Università.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-1187" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Logo-Università.jpeg" alt="" width="285" height="177" /></a> presenti tra la proprietà e lo staff, ma <strong>la chiusura dell'<a href="http://www.universitadellabirra.com/wp/">Università della Birra</a> di Azzate</strong> è comunque una brutta notizia. La "creatura" di Franco Re non gli è sopravvissuta nemmeno un anno e se, da un lato, mette sicuramente in difficoltà lavorativa il team che insieme a Franco teneva in piedi l'Università, dall'altro spegne una "luce" importante nel campo della formazione e della cultura birraria in Italia.</div>
<div><strong>L'intuizione primigenia di Franco risaliva al 1997 e aveva il merito di costituire la prima offerta formativa rivolta a chiunque desiderasse aprire un locale birrario.</strong> Come spillare, come gestire l'impianto, come costruire una carta delle birre, il vasto mondo dei differenti stili, la scoperta della cucina alla birra e gli abbinamenti... Argomenti praticamente ignorati da tantissimi operatori che, pur intuendo le potenzialità di un segmento di mercato in crescita, non trovavano nessun percorso didattico per poter fare al meglio il proprio lavoro. L'Università, grazie al carisma e alla competenza di Franco, aveva ingranato bene e sono in molti oggi a ricordare quell'esperienza positivamente. Ad Azzate sono passati in tanti e tutti ricordano la figura di Franco.</div>
<div>



</div>
<div>Ecco perché ho personalmente accolto con dispiacere la conferma definitiva alle voci che avevo già sentito sul finire dell'estate. Sono del parere che un patrimonio sia stato sprecato. Tuttavia, non potendo entrare nel merito della questione, mi conforta sapere che Silvana e il team di collaboratori non si vogliano arrendere e che stiano già pensando a dove e come far rinascere l'esperienza dell'Università. Sebbene infatti il panorama e il mercato siano cambiati enormemente dal 1997 a oggi, <strong>sono convinto che ci sia ancora spazio per un'iniziativa come questa. Molto lavoro deve ancora essere fatto</strong> e se a volte, soprattutto chi scrive come il sottoscritto, tende a concentrarsi e a decantare i numerosi publican d'eccellenza bisognerebbe sempre aver presente che esistono un numero infinitamente superiore di publican che non sanno ancora fare il loro mestiere.</div>
<div>Ed è per questo che serve ancora un centro formativo per loro, per essere sicuri che la birra che ordiniamo sia perfetta e che alla moltiplicazione dei punti vendita corrisponda la "moltiplicazione" della professionalità e della cultura.</div>
<div>Quindi, davvero, <strong>in bocca al lupo per la nuova avventura del team Università della Birra</strong>, dovunque vada e qualunque nuovo nome prenda. Il mondo italiano della birra ha ancora bisogno di voi...</div>]]></content:encoded>
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		<title>Metti una birra&#8230; nel film!</title>
		<link>http://fuoridiluppolo.it/2012/12/14/metti-una-birra-nel-film/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Dec 2012 08:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/14/metti-una-birra-nel-film/" title="Sliding Doors"><img title="Sliding Doors" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Heineken007-300x186.jpg" alt="Metti una birra... nel film!" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
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		Ha fatto notizia, e pure un po&#8217; di scalpore, che l&#8217;algido Daniel Craig in versione 007 abbandonasse il suo beneamato Martini a favore di una Heineken. L&#8217;operazione in termini tecnici si definisce &#8220;product placement&#8221; ed è una pratica alla quale le pellicole made in Hollywood ricorrono da anni, in maniera più o meno smaccata. Personalmente ricordo bene due casi altrettanto importanti: il primo fa riferimento all&#8217;episodio iniziale di Spider Man, quello con Tobey Maguire. Nel film l&#8217;amato Uomo Ragno (era il mio supereroe preferito nell&#8217;infanzia) vola tra i grattacieli di New York e, d&#8217;un tratto, atterra sul tetto di un taxi al fianco del quale corre un tir tutto verde. Tranne la scritta bianca a...]]></description>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/14/metti-una-birra-nel-film/" title="Sliding Doors"><img title="Sliding Doors" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/Heineken007-300x186.jpg" alt="Metti una birra... nel film!" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Ha fatto notizia, e pure un po' di scalpore, che l'algido <strong>Daniel Craig in versione 007</strong> abbandonasse il suo beneamato Martini a favore di una Heineken. L'operazione in termini tecnici si definisce <strong>"product placement" </strong>ed è una pratica alla quale le pellicole made in Hollywood ricorrono da anni, in maniera più o meno smaccata.



Personalmente ricordo bene due casi altrettanto importanti: il primo fa riferimento all'<strong>episodio iniziale di Spider Man</strong>, quello con Tobey Maguire. Nel film l'amato Uomo Ragno (era il mio supereroe preferito nell'infanzia) vola tra i grattacieli di New York e, d'un tratto, atterra sul tetto di un taxi al fianco del quale corre un tir tutto verde. Tranne la scritta bianca a caratteri cubitali che riporta il brand Carlsberg. Appare abbastanza ovvio che quello specifico tir non si trovasse da quelle parti per caso.

Un altro esempio interessante si trova nella pellicola, che ha avuto un meritato successo, intitolata <strong>Sliding Doors</strong> con protagonista Gwyneth Paltrow. In una scena, girata in un bar, la ragazza si consola bevendo, addirittura a collo, una Grolsch. Una fatalità?

Il ricorso al product placement non si ferma certamente alle birre. A pensarci bene <strong>proprio i film di James Bond sono la cartina di tornasole di quanto conti a livello finanziario il supporto delle grandi aziende nella produzione cinematografica</strong>. In termini di auto infatti, 007 ha "tradito" la sua leggendaria Aston Martin con una Bmw e ha portato al polso orologi Omega. Per quanto riguarda specificatamente la birra, il Bond dei romanzi di Ian Fleming ha avuto modo di sorseggiare altre birre e, nei film, la stessa Heineken compare ben prima di Skyfall. La lettura <strong><a href="http://www.jamesbondlifestyle.com/product/heineken">di questa pagina</a></strong> è indubbiamente interessante.





Perché vi racconto tutto questo? Semplicemente perché, a mio avviso, il fatto che James Bond abbia sorseggiato una Heineken può fare notizia ma non dovrebbe fare scalpore. <strong>Il problema vero semmai è questo: il "product placement" influenza la storia raccontata per immagini?</strong> Che Bond utilizzi una Aston Martin o una Ferrari in che misura altera il suo personaggio? Che beva vodka (Smirnoff) oppure ordini una marca di Champagne specifica ci toglie il piacere, lo svago, di vedere una pellicola di cui tra l'altro, a grandi linee, conosciamo già il finale? Già, perché comunque vada, che sorseggi Heineken, che guidi una Bmw, che i suoi capi centellinino un cognac Courvoisier o che accenda un sigaro Romeo y Julieta Bond resta sempre Bond. Alla fine vince sempre lui. Lo andiamo a vedere per questo, no?]]></content:encoded>
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		<title>Se starnutisci&#8230; Bevi birra!</title>
		<link>http://fuoridiluppolo.it/2012/12/13/se-starnutisci-bevi-birra/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 14:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/13/se-starnutisci-bevi-birra/" title="starnuto"><img title="starnuto" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/starnuto.jpeg" alt="Se starnutisci... Bevi birra!" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Niente vaccino anti-influenzale quest&#8217;anno. E pure la famosa &#8220;mela al giorno&#8221; potrebbe essere superata. Una pinta di birra è il rimedio migliore per evitare i raffreddori di stagione. Ne sono convinti i ricercatori giapponesi della Sapporo Medical University che, guidati da Jun Fuchimoto, hanno studiato il virus respiratorio sinciziale, detto RS, responsabile di malattie respiratorie che possono arrivare addirittura alla polmonite. La ricerca che, va detto, è stata finanziata da una delle più grandi e conosciute birrerie nipponiche, ha scoperto alcune proprietà legate all&#8217;umulone, un componente chimico presente nel luppolo, che sembra possedere proprietà anti-infiammatorie in grado di contrastare efficacemente il virus patogeno. Pronti allora a consumare birra in grandi quantità? No, anche perché per...]]></description>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/13/se-starnutisci-bevi-birra/" title="starnuto"><img title="starnuto" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/starnuto.jpeg" alt="Se starnutisci... Bevi birra!" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Niente vaccino anti-influenzale quest'anno. E pure la famosa "mela al giorno" potrebbe essere superata. Una pinta di birra è il rimedio migliore per evitare i raffreddori di stagione. Ne sono convinti i ricercatori giapponesi della <strong>Sapporo Medical University</strong> che, guidati da Jun Fuchimoto, hanno studiato il virus respiratorio sinciziale, detto RS, responsabile di malattie respiratorie che possono arrivare addirittura alla polmonite.



La<strong> <a href="http://www.huffingtonpost.com/2012/12/07/beer-has-anti-virus-properties-study-sapporo_n_2258735.html">ricerca</a></strong> che, va detto, è stata finanziata da una delle più grandi e conosciute birrerie nipponiche, ha scoperto alcune proprietà legate all'umulone, un componente chimico presente nel luppolo, che sembra possedere proprietà anti-infiammatorie in grado di contrastare efficacemente il virus patogeno.

Pronti allora a consumare birra in grandi quantità? No, anche perché per "grandi quantità" s'intende davvero grandi e, all'apporto dell'umulone, farebbe da contrappeso l'abuso di alcol con tutte le cattive conseguenze del caso. La ricerca è tuttavia importante di per sé e, sebbene debba essere ancora affinata a detta degli stessi ricercatori, conferma che <strong>l'umulone potrebbe diventare, in medicina, l'agente più efficace contro il temibile RS</strong>.

Per quanto ci riguarda invece, Mr. Fuchimoto entra di diritto nella Hall of Fame dei personaggi autorevoli da citare a difesa del consumo responsabile di birra. Sconsigliamo comunque, in queste giornate di freddo siberiano, di andare al pub in maniche corte pensando che la dose di umulone contenuta in una pinta vi possa salvare da una bella bronchite.....]]></content:encoded>
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		<title>Destagionalizzazione. Non è uno scioglilingua</title>
		<link>http://fuoridiluppolo.it/2012/12/11/destagionalizzazione-non-e-uno-scioglilingua/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2012 08:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/12/11/destagionalizzazione-non-e-uno-scioglilingua/" title="images"><img title="images" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/12/images-1.jpeg" alt="Destagionalizzazione. Non è uno scioglilingua" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Anni fa mi capitava di proporre un articolo sulla birra a qualche giornale non di settore. Quando l&#8217;argomento risultava interessante, cosa abbastanza rara a dire il vero, giungeva comunque un&#8217;obiezione che era sempre la stessa: &#8220;ma non siamo in agosto?&#8221;. L&#8217;interlocutore cioè, poneva il dubbio che sebbene il pezzo potesse sembrargli interessante solo il mese più cado dell&#8217;anno poteva giustificarlo. Ovvero, la birra è la bevanda estiva per antonomasia e pubblicare un articolo che la riguarda quando gli italiani non sono al mare, semplicemente non ha senso. Erano i tempi del classico titolo &#8220;Una bionda sotto l&#8217;ombrellone&#8221;. Un claim che, a poco a poco, ho imparato a temere fino alla nausea. Tuttavia, dati alla mano,...]]></description>
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		</div>
		<br/>
		<strong>Anni fa mi capitava di proporre un articolo sulla birra a qualche giornale non di settore.</strong> Quando l'argomento risultava interessante, cosa abbastanza rara a dire il vero, giungeva comunque un'obiezione che era sempre la stessa: "ma non siamo in agosto?". L'interlocutore cioè, poneva il dubbio che sebbene il pezzo potesse sembrargli interessante solo il mese più cado dell'anno poteva giustificarlo. Ovvero, la birra è la bevanda estiva per antonomasia e pubblicare un articolo che la riguarda quando gli italiani non sono al mare, semplicemente non ha senso.



<strong>Erano i tempi del classico titolo "Una bionda sotto l'ombrellone".</strong> Un claim che, a poco a poco, ho imparato a temere fino alla nausea. Tuttavia, dati alla mano, avevano ragione loro: la birra si vende e si consuma principalmente nei mesi caldi. Almeno in Italia e almeno a sentire <strong><a href="http://www.assobirra.it/">Assobirra</a></strong> che, su queste cose, non prende lucciole per lanterne. E' ancora così? Beh, mi piacerebbe dire il contrario ma, purtroppo, è ancora così...

Ed è per questo che <strong>la battaglia per la destagionalizzazione</strong> (ovvero per incentivare il consumo della birra prima e dopo l'estate) è una battaglia fondamentale. In tempi recenti la battaglia è stata condotta, e pure con un certo successo, dai produttori di Metodo Classico afflitti dalla sindrome del "botto di Natale", il breve periodo dell'anno in cui la maggioranza degli italiani era convinta che, per festeggiare, non ci fosse nulla di meglio di un bel Franciacorta o Trento Doc in compagnia della fetta di panettone. Ora, abbinamento improprio a parte, la concentrazione delle vendite di un prodotto mediamente straordinario come il Metodo Classico nazionale era quantomeno deprimente.



Alla birra accade una cosa del genere e la depressione è di pari livello. <strong>Perché mai si dovrebbe bere birra solo in estate</strong> (con o senza la bionda sotto l'ombrellone...), <strong>quando esistono birre straordinarie che risultano perfette, anzi consigliate, proprio per i mesi più freddi?</strong> Gli esempi non mancano: dalle strong lager ai barley wine, dalle scotch ale a tutte quelle birre che, per gradazione alcolica, aromi e gusto non hanno molto a che vedere con spiagge, mare e bagnini... Delle <strong>"birre di Natale"</strong> già si sa e magari ci torneremo su nei prossimi giorni, adesso è il momento di sponsorizzare il consumo di birra "all year round". Senza se e senza ma...

<strong>La stessa Assobirra si è accorta dell'importanza di questa battaglia</strong> annunciando, in un comunicato stampa di qualche tempo fa, che tra dicembre 2012 e gennaio 2013 si consumeranno in Italia circa due milioni di ettolitri ovvero il 12% del consumo annuale e sostenendo che, invece, le birre possono essere benissimo abbinate ai piatti delle tradizioni natalizie e, aggiungiamo noi, che il loro consumo potrebbe rivestire innanzitutto una piacevole e sorprendente novità in termini di abbinamento rispetto ai più tradizionali vini. Abbinamento a parte, piacevole aspetto della cultura birraria tornata in auge nel nostro Paese ultimamente, <strong>è soprattutto valido il discorso che certamente esiste il momento ideale per godersi una birra</strong> da soli o in compagnia, in abbinamento oppure no, ma che <strong>questo momento non dipende affatto dalla temperatura esterna</strong>. E nemmeno da quella interna, semmai ci fosse qualche buontempone che sta pensando di alzare al massimo il riscaldamento per realizzare in casa una temperatura hawaiiana "pro-birra". Il momento ideale è quello che scegliete voi, in estate come in inverno, con la birra più adatta. Che poi è la birra che vi piace di più...]]></content:encoded>
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		<title>Regali di Natale&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 12:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/11/29/regali-di-natale/" title="BeerGame"><img title="BeerGame" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/11/images1.jpeg" alt="Regali di Natale..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		Quanto manca? &#8230;Meno di un mese? Ok, l&#8217;albero è stato fatto? No, quello forse no. Meglio aspettare ancora qualche giorno visto che, diciamolo pure, ingombra un pochino nel salotto, il cane tende a disintegrare qualche pallina prima del tempo e , se l&#8217;albero è vero, gli aghi cadono come pioggia nella foresta amazzonica in men che non si dica. Ma i regali? Come siamo messi con i regali? Faccio una premessa, non è che mi pagano un tanto a punto interrogativo, il mio scopo preciso è quello di mettervi una certa ansia addosso&#8230; Se non altro per avere qualcuno con cui condividerla. Mica posso essere il solo a sfrecciare per le vie di Milano il...]]></description>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/11/29/regali-di-natale/" title="BeerGame"><img title="BeerGame" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/11/images1.jpeg" alt="Regali di Natale..." style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
		</div>
		<br/>
		<strong>Quanto manca? ...Meno di un mese?</strong> Ok, l'albero è stato fatto? No, quello forse no. Meglio aspettare ancora qualche giorno visto che, diciamolo pure, ingombra un pochino nel salotto, il cane tende a disintegrare qualche pallina prima del



tempo e , se l'albero è vero, gli aghi cadono come pioggia nella foresta amazzonica in men che non si dica.

<strong>Ma i regali? Come siamo messi con i regali?</strong> Faccio una premessa, non è che mi pagano un tanto a punto interrogativo, il mio scopo preciso è quello di mettervi una certa ansia addosso... Se non altro per avere qualcuno con cui condividerla. Mica posso essere il solo a sfrecciare per le vie di Milano il 24 pomeriggio nel tentativo di recuperare il tempo perduto.

Se sono riuscito nello scopo e cominciate ad agitarvi sulla sedia pensando, nell'ordine, a vostra moglie/marito, alla vostra fidanzata/o, a vostra madre/padre e via di questo passo (senza dimenticare i suoceri, per chi ce li ha), possiamo passare al punto successivo. Ovvero, squilli di tromba di sottofondo, <strong>i consigli per gli acquisti di Fuori di Luppolo!</strong>



<strong>Consigli per regali birrosi, naturalmente.</strong> Cominciamo con i libri, che sono il solito classicone natalizio, non impegnano e, si spera, vanno sempre bene. Il primo dovrebbe essere un "libro da comodino", nel senso che è una lettura fondamentale per chi vuole conoscere la patria delle birre, il Belgio, e allo stesso tempo godere di una scrittura affascinante, ironica e garbata come pochissimi oggigiorno sono capaci di fare. Il testo, quasi sacro, s'intitola <strong>Great Beers of Belgium</strong> e l'autore è quel Michael Jackson che tutti dovrebbero conoscere, ma che per chi pensa ancora sia l'efebo "danzancanterino" vi diremo semplicemente che: no, non è lui. Il nostro MJ vi porterà con mano attraverso un mondo fatto sia di stili birrari e personaggi vari, ma anche attraverso aneddoti e scene di vita vissuta che dovrebbero farvi venire voglia di andare in Belgio immediatamente dopo le feste. Se non altro, per esperienza, fa venire una sete di birra tremenda...



Tuttavia può capitare di avere un amico o un parente che già mastica di birra. E che magari coltiva più o meno segretamente il sogno di aprire un microbirrificio o un brewpub e buttarsi nella mischia. Questa possibilità che un tempo vi avrebbe fatto sollevare un sopracciglio, sguardo interrogativo ed emettere un suono tipo "Eeeehhh?!", oggi è più frequente di quello che potrebbe sembrare. Al vostro allora ecco una bella copia di <strong>Brewing up a business</strong>, volume scritto dall'americano Sam Calagione, fondatore della Dogfish Head Brewery nello stato americano del Maryland. Calagione è partito con poco ed è diventato un imprenditore di enorme successo. Attenzione però: gli effetti del libro possono essere duplici. O il ricevente deciderà di compiere il passo decisivo riempiendo la casa di attrezzature per fare la birra oppure entrerà in crisi depressiva uscendo di casa per andare al pub.

<strong>Infine, un gioco interamente dedicato alla birra.</strong> Siete stufi del solito Monopoli? Avete litigato con tutti quelli con cui potevate litigare per il partitone di Risiko? Avete pianto fin troppo lacrime per non essere riusciti a conquistare la Kamchatka con 40 armate mentre chi la difendeva ne aveva solo tre? Ecco a voi <strong>Beer Tycoon</strong>! Il gioco per PC che vi permette di vestire i panni di un titolare di birrificio e, con abili mosse, trasformarvi in un colosso, un tycoon appunto, del settore. Si deve saper fare un po' di tutto: dal decidere quali nuove birre produrre, a pensare alle giuste tecniche di marketing... Chi arriva fino alla fine può mandare un curriculum a un'azienda vera e propria. Non vi assicuro che lo prenderanno in considerazione ma



almeno farete passare cinque minuti allegri al responsabile del personale.

<strong>Ecco fatto, la lista è pronta</strong> e potete uscire di casa per lo shopping di rigore. Anzi no, perché in realtà sia i libri sia i regali li trovate tranquillamente ordinandoli online in qualche megastore (inutile che vi faccia i nomi tanto sono sempre quelli) online.

Se proprio, ma solo se proprio, i miei suggerimenti vi lasciano indifferenti. L'ultima carta che mi resta da giocare è quella di consigliarvi di <strong>regalare birra</strong>. Una cassa da ventiquattro bottiglie, almeno. Le ragioni sono molteplici: regalare birra è oggi di moda perché la birra fa tendenza. Non solo, la birra è perfetta in tempi di crisi economica. La birra fa capire a chi la riceve che l'amicizia provata nei suoi confronti è vera. La birra non sarà mai un regalo inutile, di quelli che devi poi cercare di riciclare l'anno successivo rifilandola al lontanissimo parente che ti è venuto a trovare dall'Argentina. Soprattutto, la birra che regali è l'antidoto migliore contro la tremenda tombolata che ti proporrà la nonna dopo il pranzo di Natale. Insomma, sarà come regalare un kit di sopravvivenza. Auguri a tutti!]]></content:encoded>
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		<title>Una giornata schiumosa&#8230; Reprise</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 15:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fuori di Luppolo</dc:creator>
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		<a href="http://fuoridiluppolo.it/2012/11/27/una-giornata-schiumosa-reprise/" title="Post 2 Schiuma"><img title="Post 2 Schiuma" src="http://www.fuoridiluppolo.it/files/2012/11/Inbottiglia-300x225.jpg" alt="Una giornata schiumosa... Reprise" style="maxwidth: ; maxheight: ;" /></a>
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		Dove eravamo rimasti? Ah già, ai Foam Olympic Games che si sono tenuti per la prima volta nello stabilimento HEINEKEN di Comun Nuovo. Dello stabilimento abbiamo già detto ieri. Noi ne siamo rimasti davvero impressionati, tanto che ci siamo dimenticati di pubblicare la foto della pista Polistil chiamata anche più correttamente &#8220;linea d&#8217;imbottigliamento&#8221;. Lo facciamo oggi. A dire il vero ci siamo pure dimenticati di farvi vedere i contenitori del lievito. Ben dieci cisterne, non enormi ma per chi ha qualche dimestichezza con le birrerie, abbastanza grandi da lasciare basiti i visitatori. Il lievito arriva dall&#8217;Olanda, e anche questo impressiona. Perché HEINEKEN è l&#8217;azienda più internazionale di tutte in termini produttivi, nel senso che invece...]]></description>
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		Dove eravamo rimasti? Ah già, ai <strong>Foam Olympic Games</strong> che si sono tenuti per la prima volta nello stabilimento HEINEKEN di Comun Nuovo. <a href="http://www.fuoridiluppolo.it/2012/11/26/una-giornata-schiumosa/">Dello stabilimento abbiamo già detto ieri</a>. Noi ne siamo rimasti davvero impressionati, tanto che ci siamo dimenticati di pubblicare la foto della pista Polistil chiamata anche più correttamente "linea d'imbottigliamento". Lo facciamo oggi. A dire il vero ci siamo pure dimenticati di farvi vedere i contenitori del lievito. Ben dieci cisterne, non enormi ma per chi ha qualche dimestichezza con le birrerie, abbastanza grandi da lasciare basiti i



visitatori. Il lievito arriva dall'Olanda, e anche questo impressiona. Perché <strong>HEINEKEN è l'azienda più internazionale di tutte in termini produttivi</strong>, nel senso che invece di centralizzare la produzione moltiplica gli stabilimenti. Al momento ne ha circa 140. Che non è poco. E il fatto che il lievito parta tutte le volte da Amsterdam (dove è custodito con estrema gelosia) è sintomatico. <strong>Il lievito è la "firma" della birra</strong> e quindi è un po' come se tutte le Heineken del mondo fossero comunque "firmate" ad Amsterdam...

Mi piacerebbe anche avervi rivelato quanto paga di accise (contributi allo Stato) ogni anno lo stabilimento di Comun Nuovo. Credetemi sulla parola, sono un sacco di soldi. ma non andiamo fuori argomento, oggi qui si parla di Foam Olympic Games. <strong>Un'idea molto ben riuscita e divertente del team di <a href="http://www.ilovebeer.it/">I love Beer</a> e, nello specifico, di <a href="http://www.misterlovebeer.it/wp-content/plugins/age-verification-mrlove/age-verification.php?redirect_to=http://www.misterlovebeer.it%2F">Mr.Lovebeer</a>.</strong> Perché divertente? Perché attraverso delle formule di gioco si è riusciti a trasmettere delle informazioni utili sulla birra, sulla schiuma, sugli ingredienti, sulla tecnica di spillatura e sulle difficoltà della degustazione.

<strong>Le prove erano quattro</strong>, altrettanti i team nei quali siamo stati suddivisi. A me è toccato far parte del Team Acqua. Pronti, via ed eccoci a dover rispondere a delle <strong>domande di cultura birraria generale</strong>. La prestazione della mia squadra è



ottima e trionfiamo. A pari merito d'accordo, ma il nostro stile nel rispondere era molto più elegante. :-) Passiamo poi alla <strong>prova di spillatura</strong> e qui scatta il dramma. Si decide che debba essere il sottoscritto a spillare. Sottoscritto che, per quanto ne possa sapere di birra, avrà spillato un paio di pinte in tutta la carriera. E nemmeno una bene, se vogliamo proprio dirla tutta. Teoricamente so come si fa, ma in pratica...

In pratica è un mezzo disastro (potrei anche dire che ho fatto proprio "un buco nell'Acqua) e ringrazio pubblicamente il mio team per non avermi voluto lapidare nel cortile. Tuttavia passo la palma del leader nella terza prova ovvero quello <strong>della degustazione in bicchiere nero con riconoscimento della birra campione</strong>. Il gioco permette di comprendere quanto influenza il colore nel riconoscimento di una birra e quanto olfatto e gusto debbano essere allenati per poter distinguere birre diverse l'una dall'altra ma, a volte, nemmeno di tanto. Qui comunque ci riscattiamo e voliamo alla <strong>quarta prova</strong> che comporta una relativamente semplice prova di abilità.

Anche questa la lascio al mio team, mentre io mi butto sulla degustazione per cercare di ricostruire il mio ego incrinato dalla spillatura. Naso e palato sono più affidabili della mia mano e ne sono rincuorato. Di certo, la prossima estate ho già deciso di organizzarmi una <strong>"special training session"</strong> dai miei amici del <strong><a href="http://www.duinotourism.it/index.php?option=com_k2&amp;view=item&amp;id=1025:birreria-bunker&amp;Itemid=17&amp;lang=en">Bunker di Duino Aurisina</a></strong>, un'altra dagli amici del <strong><a href="http://www.birreriathegreenapple.com/">The Green Apple</a></strong> di Livorno per finire il tutto, il giorno prima dei prossimi <strong>Foam Olympic Games</strong>, con un <strong>"riscaldamento pre-partita"</strong> da Antonio all'<strong><a href="http://www.ilovebeer.it/it/2010/12/au-vieux-strasbourg-la-prima-birreria-alsaziana-ditalia">Au Vieux Strasbourg</a></strong> di Milano.

Se ci sono rimasto male per aver sbagliato la spillatura? No, per me l'importante è partecipare... :-)]]></content:encoded>
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